giovedì, settembre 06, 2007
Barnaby di Crockett Johnson (prima parte)

Non c'è gusto ad immaginare qualcosa che già esiste nella realtà.
In una tavola, chiave per comprendere il senso di questo fumetto, Barnaby lo dice in modo molto diretto a una nuova amichetta, sua coetanea, figlia dei vicini appena arrivati. Jane, la bambina, vuole giocare a "marito e moglie", alla guerra, simulazioni del mondo adulto, vere, esistenti.
Barnaby non immagina, va oltre. Ha un mondo fantastico, imprevedibile, vissuto ad occhi aperti. Non è separato dal velo del sogno come nel Little Nemo di McCay. In qualche tavola il bimbo racconta che può sognare i bizzarri personaggi che accompagnano le sue giornate, così come sogna il papà o la mamma (mandando così in frantumi la speranza dei genitori di dimostrare la tesi delle visioni oniriche). L'universo di Barnaby è diverso anche dai modelli fiabeschi ereditati dal mito, dalle favole, smontati anzi con ironia dell'autore. Va detto che Crockett Johnson attinge a piene manate da quell'immaginario (nell'albero genealogico cercate anche, ma non solo, Alice in Wonderland e Peter Pan) per poi divertirsi a strapazzare e spostare un po' tutto. Streghe, fate, elfi, fantasmi sono insolitamente differenti, non proprio come li ricordavamo.

Che cosa si racconta nella strip di Barnaby? Cominciamo dallo sfondo, quello che intravediamo agli inizi delle vicende. La striscia nasce nel 1942, in piena seconda guerra mondiale. Il mondo degli adulti è pieno di formalismi, più accentuati dalla tensione che richiedeva nelle comunità ancora più coesione sociale. Il terrore delle bombe, oscuramenti, regole, un alto senso del dovere come valore principale. Razionamenti, economia povera di guerra, la radio come medium dominante. Non c'è aria per fantasie.
Un bambino, Barnaby, vive la sua infanzia. Pacato, tranquillo, distaccato. Spesso osserva il mondo con le mani intrecciate dietro la schiena. La mamma una sera gli racconta una favola: una stella lucente brillò e apparve una Fata Madrina. Barnaby desidera averne una ma la madre lo riporta subito alla realtà. Non esiste una fata che si prenderà cura di lui. In parte avrà ragione. La notte - la finestra è aperta - Barnaby osserva fuori. Vede volare dentro la stanza un ometto grassoccio. È un fato padrino. "Cushlamochree", esclama (vecchio modo di dire gaelico, è solo la prima di una serie di strane espressioni che tirerà fuori).
Si chiama Mr. O'Malley, ha un naso grosso, un paltò verde e soprattutto un paio di assurde alette rosa. La bacchetta magica è un lungo sigaro. Non ha alcuna abilità. Non ha certo il il physique du rôle. È goffo, dovrebbe esaudire i desideri ma è un simpatico millantatore. Per il bambino esiste e solo questo cambia la sua vita e quella della famiglia.
Altre creature sotto la guida di O'Malley cominciano ad affollare l'universo di Barnaby. Il bisbetico Elfo Irlandese McSnoyd, un cane che si scopre parlante di punto in bianco, un piagnucoloso fantasma con gli occhiali di nome Gus.

I genitori? Grigi, ingessati, spiazzati dai racconti del figlio. Sembra un punto comune a tutte le comic strip, come se gli adulti che li disegnano dovessero immergersi un'autocritica feroce. Non fanno mai una figura decente (bisognerà prima o poi aprirci una riflessione, è come se tutti i cartoonist rimpiangessero il bimbo perso che viveva dentro di noi, pensate agli anonimi genitori del Calvin di Watterson, all'assenza totale degli adulti nei Peanuts, solo la più recente Zits riesce a equilibrare il contrasto generazionale in modo intelligente). Quelli di Barnaby come rimedio, in uno dei primi episodi, non trovano di meglio che far esaminare il bambino dal dr. A. A. Smith (il nome in inglese risuona come se la parola "qualunque" cadesse dentro un pozzo), uno psichiatra che dovrebbe curare gli eccessi di fantasia dei piccoli come una malattia. In una spassosa fiaba degli equivoci il fato padrino sconvolgerà i risultati dei test.

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mercoledì, settembre 12, 2007
Barnaby di Crockett Johnson (seconda parte)
L'universo di Barnaby s'interseca con l'unico considerato reale dai grandi. Questa prospettiva di Johnson coglie nel segno. Che lo si voglia ammettere oppure no, il mondo di fantasie che ognuno di noi ha dentro, bambini e adulti, influisce alla grande nell'apparente scorrere razionale e causale della vita. Certo, non nel modo così palese ed enfatizzato che troviamo in Barnaby. Ma quante azioni e fatti nascono o sono causate da visioni, fantasie? Johnson ci ricorda questa piccola verità. Non è socialmente accettato in questa società raziocinante, e neppure è d'uso raccontare fantasticherie, ma gli oggetti si spostano, le parole smuovono, la gente si incontra, succede un fatto e non un altro perché si è agitato l'immaginario di qualcuno, nostro, degli altri, di molti, di pochi, da qualche parte.
Tutta la comic strip gioca sugli effetti grandi e piccoli della dicotomia tra fantastico e reale.
Johnson con gag virtuose prende in giro il mondo piatto, incolore e serioso degli adulti, incapaci di vedere e assieme tritura anche tutta l'eredità fantasy. Non solo perché viene rovesciato il ruolo dei supereroi (mai che ne vada una giusta). Qui il fantasma ha paura della casa stregata, dorme bene in un cestone di biancheria, è stressato, si fa portare la borsa con catene e sudari puliti. O' Malley, il fato padrino, ha in tasca la tessera dell'associazione "Nani, elfi e nanerottoli".

Barnaby ha una lunga storia sulle pagine italiane. La prima versione nella nostra lingua arrivò sul leggendario Politecnico di Vittorini già dal 1947, primo esempio di inserimento del fumetto in un periodico colto. Riapparve poi nei primi numeri di Linus a metà degli anni '60 e infine in una raccolta Oscar Mondadori nel 1970. Nell'introduzione a questa Oreste Del Buono lo descrisse come un fumetto unico, troppo fuori dai canoni per far presa immediata nei lettori, "in anticipo e in ritardo insieme su qualsiasi tempo immaginabile, tanto disperato quanto ilare". E in effetti non ebbe mai grande successo, nei referendum di Linus risultava agli ultimi posti, in buona e nobile compagnia con strisce come Krazy Kat. Niente di strano: se i Peanuts e B.C. furono dei mostri di linearità nel raggiungere i cuori dei lettori e i loro gusti, per altri lavori occorre tempo e la tenacia di editori e appassionati perché sia resa giustizia al loro valore (vedi le belle righe dedicate dal blog Radio Herzberg).

La singolarità di Barnaby sta anche nel fatto che è l'unica vera striscia che Crockett Johnson abbia mai disegnato (viene ricordata solo un'altra sua strip sperimentale rimasta senza nome). Nella vivace produzione artistica dell'autore ben altro peso ebbero invece i libri scritti e illustrati per l'infanzia, in particolare la serie Harold accompagnata da un ingenuo merchandising (quando ancora non significava consumistico supersfruttamento di un'idea come oggi).
La strip fu anche la prima con un lettering non scritto a mano, i caratteri arrivavano dalla macchina da scrivere (allora non c'erano ancora i font dei computer come oggi). Questo particolare inseriva un insolito leggero tocco di gelo alle tavole disegnate in modo semplice.
Crockett Johnson (1906 - 1975, il vero nome era David Johnson Leisk) nel 1946 passò il compito della conduzione della striscia a due suoi fidati vicini (Jack Morley e Ted Ferro). Continuò a seguirla come consulente e supervisore riprendendola nelle proprie mani solo per l'episodio finale che concluderà la serie il 2 febbraio 1952.
Appello agli editori. Sarebbe bello recuperare tutte le tavole di Barnaby in una nuova edizione davvero completa. Per chi desidera più notizie su tutta l'attività di Crockett Johnson esiste un sito dedicato realizzato da alcuni appassionati.
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venerdì, gennaio 11, 2008
L'amico immaginario

Piccola ripresa dell'argomentare sulla strip Barnaby. Ne abbiamo parlato in alcuni post precedenti. Poi mi è capitato un incrocio singolare.
Sono riuscito a trovare in quella grande soffitta web delle cose antiche che è Ebay il secondo Oscar dal titolo "Barnaby e Mr. O'Malley". Vale la pena, se siete appassionati del fumetto di Crockett Johnson scoverete prima o poi qualcuno che lo offre svuotando cassapanche e librerie. Qualche tempo dopo mi capita sotto gli occhi un articolo de La Repubblica (sezione R2 La Scienza, 19/12/2007) dal titolo "Che gioco da grandi avere un amico immaginario". Uno studio scientifico ci ricorda qualcosa che già sapevamo: due terzi dei bambini hanno un compagno proveniente dal mondo delle fantasie. A volte invisibile, altre incarnato in un peluche. Ne avrò avuto, ne avrete avuto anche voi, due o tre almeno nel corso degli anni. Un'ombra con cui confidarsi, o prendersela o sognare l'impossibile.
Gli psicologi tranquillizzano, spiega l'articolista, tutto normale. Il merito di queste ricerche non è tanto la scoperta dell'acqua bollente (leggendo pensavo: anche gli adulti, a osservare bene, hanno un'amica o un amico immaginario, spesso un amore, una fidanzata, il guaio magari è che proiettano male o con conseguenze nefaste questa visione nelle loro relazioni terrestri). Il punto fondamentale è che davvero fa parte della nostra evoluzione e del nostro modo di essere convivere con un universo fantastico.
Lo avevamo sottolineato nel caso di Barnaby: non è un mondo a parte, è realtà anche quella e si interseca con ciò che definiamo o delimitiamo come mondo vero. L'articolo di Repubblica non ricorda il fato padrino O'Malley ma cita giustamente Calvin & Hobbes, striscia più popolare e apprezzata più dai grandi, e le fantasie di Snoopy (questo per rimanere nel mondo delle strip, ma i riferimenti si estendono ai cartoon con Winnie the Pooh e vari personaggi Disney).
Il bello delle comic strip è ricreare per gli adulti (oltre che ovviamente per i piccoli) questo mondo parallelo, ricordarcelo ogni giorno senza ricerche scientifiche, attivare la nostra sospensione della incredulità con ironia, filosofeggiando sugli aspetti della vita. Quando un autore è bravo nell'innescare questi meccanismi i suoi personaggi prendono vita, con pochi tratti. Di più, entrano nelle nostre vite: ci suggeriscono modi di interpretare, di vedere, di ridere. E se hanno questo peso di amici, se arrivano a condizionarci così tanto, alla fine non sono un pezzo di realtà anche loro?
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mercoledì, luglio 04, 2007
L'intervista di Eco a Vittorini e Del Buono - Linus n. 1
Il numero uno, dopo un breve editoriale, inizia con un dibattito, un’intervista di Eco a Vittorini e Del Buono.
Abbiamo pensato che fosse ormai tempo di riportarla alla luce dei monitor sul web. La restituiamo qui su Balloons come grande citazione per il suo valore di attualità. Con qualche intellettualismo d’annata, qualche incrostazione linguistica oggi deprecata (a Eco scappa un “nella misura in cui”, orpello retorico diventato poi memorabile per il gran abuso sessantottino) le tre teste d’uovo ragionano alla grande sul fumetto e in particolare sulle strisce e sui Peanuts, assoluti protagonisti della rivista. È quasi un manifesto per tutte le riflessioni successive sull’arte delle comic strip.
Resterà come una pietra miliare, come l’apertura di un’epoca, tante volte citata per la dignità riconosciuta al fumetto da tre grandi studiosi e scrittori italiani.
Dato che qui a noi di Balloons ci gusta “pierangelare” sul fumetto, vi forniamo sotto anche un “Glossario e guida per il giovine amante delle comic strip”. Così, come piccolo memo, forse inutile per alcuni, giusto per inquadrare i personaggi e non perdersi in qualche citazione.
Non solo. Abbiam chiamato a coorte anche un giovino disegnatore, Cius, per affrescare con novello quadro l’immagine di quel dibattito e darci forza e ardimento nel recupero dell’antico foglio.
Charlie Brown e i fumetti.
Umberto Eco intervista Elio Vittorini e Oreste Del Buono.
Eco
Oggi stiamo discutendo di una cosa che riteniamo molto importante e seria, anche se apparentemente frivola: i fumetti di Charlie Brown. Vittorini, com'è che hai conosciuto Charlie Brown?
Vittorini
Io mi sono sempre interessato di fumetti da tempi lontanissimi, da quando ero ragazzo. Me ne occupavo anche ai tempi di “Politecnico” e ricordo che una volta ho pregato il nostro amico Del Buono di intervenire su certi fumetti americani parlandone non soltanto sotto il profilo sociologico, come succede di solito, ma anche sotto il profilo storico
Eco
Di che cosa avete parlato a quell'epoca?
Del Buono
Un po' di tutto, facemmo persino dei fumetti dai Promessi Sposi.
Vittorini
Sì, avevamo anche cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno “spirito di fumetto” c'era anche nel tipo di impaginazione che usavo per il Politecnico dove poi c'era una appendice interamente dedicata ai fumetti: Trevisani vi curò la pubblicazione di Li'l Abner e di Barnaby, il ragazzo afflitto dalla psicanalisi. Le storie di Barnaby erano uscite durante la guerra e noi su Politecnico ne riportammo due o tre.
Eco
E Charlie Brown?
Vittorini
Charlie Brown è venuto per un accidente. Io mi facevo mandare dall'America, da amici che ho lì, i supplementi domenicali dove ci sono i fumetti, però questo non l'avevo notato perché quelle persone non mi mandavano mai la pagina giusta. Finalmente una volta ho visto in mano a una ragazza della Mondadori, nel '58-59, un album ancora di quelli formato “forze di liberazione". Incuriosito, me lo sono fatto dare e ricordo che passai il resto del pomeriggio mondadoriano a guardarmeli. Da allora li ho cercati sempre.
Eco
Tu che ti sei occupato tra i primi in Italia della tradizione narrativa americana, come collochi Charlie Brown nella letteratura americana?
Vittorini
Bisognerebbe prima stabilire a che tipo di letteratura appartiene Schulz, ma comunque, senza andare nel difficile. io lo avvicinerei a Salinger, però con un interesse molto più ampio e secondo me molto più profondo.
Eco
Allora secondo te è più artista Schulz?
Vlttorini
Certamente. Salinger, resta, se vogliamo, poeta: però non riesce ad essere il poeta di una società, rimane un prodotto in fondo molto letterario (da questo punto di vista Ring Lardner, l'effettivo creatore del racconto “hot “, o meglio “hard-boiled”, soddisfa meglio certe esigenze di impegno). Salinger è un “patetico” che evade nel mondo dell'infanzia la quale non è, per lui, rappresentativa del mondo degli adulti, della maturità come lo è per Schulz dove l'infanzia è il “ signifiant”, il veicolo di questo mondo completo che è l'uomo maturo, un po' come Johnny Hart (quello di B.C.) che rappresenta il mondo moderno attraverso l'età della pietra.
Eco
E tu Del Buono come vedi Charlie Brown?
Del Buono
Io sono un convertito a Charlie Brown, All'inizio non mi piaceva affatto, Intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avventuroso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo punto è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono assolutamente realistici. È avvenuta addirittura un'identificazione: Charlie Brown sono io. Da questo punto ho cominciato a capirlo. Altro che comico, era tragico, una tragedia continua, Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto come diagnosi, prognosi ed esorcismo.
Vittorini
E qui vorrei fare un'osservazione di carattere strutturale rispetto a quello che dice Del Buono: lui denuncia un'incomprensione rispetto ai primi contatti con le strips di Charlie Brown. Il primo contatto in effetti non soddisfa; una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quantità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po' come le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l'una, di quattro invariabili e una variabile l'altra, si ha allora un "continuo” che approfondisce non solo numericamente il significato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.
Eco
Questo mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spiegare a qualcuno, che non è abituato ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qualcuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di romanzo, una pagina letteraria. Legge un brano isolato, due o tre pagine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bisogna tener conto proprio della loro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche popolari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripetersi delle avventure. È quindi impossibile giudicare il fumetto con i criteri che si applicano alla letteratura normale. Questo non significa che il fumetto non possa essere un prodotto letterario: solo che esso va giudicato in un “sistema” di lettura (e quindi anche di creazione) diverso.
Vittorini
Va giudicato a partire da un certo punto: cioè da un punto in cui ci accorgiamo che è esplosa, per cosi dire, una globalità; un punto in cui è avvenuto una specie di “scatto di totalità”. Ma vorrei cercare di spiegarmi meglio. L'unità espressiva, l'abbiamo detto, è la strip, la sequenza. Prima della strip non abbiamo che la vignetta, una vecchissima conoscenza giornalistica, costituita da una figura e una battuta che si completano a vicenda e che esauriscono in un corpo solo quello che hanno da dire. Con la strip abbiamo non solo una moltiplicazione della figura e della battuta, una serie di quattro cinque figure e di altrettante battute, ma abbiamo anche un elemento del tutto nuovo, l'elemento della successione temporale, il quale si manifesta in due ordini sovrapposti, uno analogico per le figure e uno logico per le parole, benché poi le parole abbiano la prevalenza e investano della loro logicità letteraria tutto l'insieme riducendo le figure a non avere che dei compiti stereotipi, di descrizione, di caratterizzazione, ecc. ecc. come dei semplici segni pittografici. È questo terzo elemento che fa della strip un'unità espressiva, perché rende puramente paradigmatico il valore di ogni vignetta a sé, e assume in proprio (all'interno del proprio decorso) l'elaborazione del significato. Ma la strip non esprime che un frammento di mondo, un aspetto di personaggio, un momento di rapporto e anche se in se stessa può riuscire pregevole lo riuscirà solo a livello di massima, di illuminazione, di appunto, di episodio, di aneddoto. La qualità ch'essa rivela non va oltre i limiti della sua durata, è minima, è precaria, può essere banalissima o comunque non più che divertente, e occorre che i personaggi, i rapporti, gli oggetti in essa trattati ritornino in altre strips un certo numero di volte, sei volte, sette volte, nove volte, anche quindici, sedici volte, accumulando momento su momento e aspetto su aspetto, perché noi si possa entrare nel merito qualitativo del fumetto. A furia di quantità è avvenuto quello che ho chiamato "scatto di totalità", cioè si è formato un significato secondo, che subito si riflette su ogni singola strip, anteriore o successiva, e la carica di importanza, la fa essere parte di un sistema, dandoci il senso di avere a che fare con tutto un mondo. Quando è Charlie Brown o B.C.; quando è un buon fumetto, si capisce...
Eco
E qui viene fuori allora una conclusione abbastanza strana: mentre abitualmente i fumetti sono delle produzioni narrative da consumare subito come si beve un caffè, giorno per giorno e da buttare poi via, nella misura invece in cui sono riusciti, essi sono opera importante e sono qualcosa che va riletto. Le storie di Charlie Brown sono nate per essere consumate ogni mattino: proprio perché sono importanti vanno invece conservate e rilette dall'inizio. Solo cosi acquistano senso.
Del Buono
Mentre, a esempio, i fumetti di tipo Gordon, che per me, da ragazzo, erano stati educativi o diseducativi, in qualche modo formativi insomma, visti tutt'insieme nella riedizione odierna entrano in crisi, proprio per la ripetizione. La ripetizione di dati schemi: Gordon e il cattivo imperatore Ming, Gordon e le belle regine colorate che lo vogliono sposare, Gordon e il traditore della sua generosità, Gordon e i vari draghi sdentati, eccetera, è una ripetizione che denuncia l'assenza di altre invenzioni più valide. È uno scacco, contrabbandato nell'ansito breve delle puntate, messo in luce dalla raccolta delle strisce, una monotonia casuale, non una ripresa significativa.
Eco
La forza di Charlie Brown è che ripete sempre con ostinazione, ma con un senso del ritmo, qualche elemento fondamentale. Come certo jazz ripete con ostinazione una certa frase musicale.
Potremo quindi concludere dicendo: il buon fumetto è quello in cui la ripetizione ha un significato e accresce la ricchezza della storia, il cattivo fumetto è quello in cui la ripetizione annoia e dimostra povertà d'invenzione.
[Linus n. 1, pagine 1 e 2, aprile 1965]
Glossario e guida per il giovine amante delle comic strip:
Umberto Eco ( 1932) è quasi un sinonimo dell’intellettuale a 360 gradi. Forse si farebbe prima a dire di cosa non si è occupato. Scrittore, filosofo e linguista italiano di fama internazionale. È professore ordinario di semiotica e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell'Università di Bologna. Saggista (soprattutto semiotica) ha raggiunto grande popolarità come romanziere (Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault). Umano dalla curiosità infinita (è anche un “bondologo, esperto di James Bond), ama anche i buoni fumetti (è appassionato anche di Dylan Dog) sui quali spesso ha scritto.
Elio Vittorini (1908 – 1966) è uno dei più grandi esponenti della letteratura italiana del ‘900. Aperto alla cultura internazionale, per lungo tempo si è guadagnato da vivere come traduttore di autori anglosassoni e non ha risparmiato polemiche critiche di provincialismo alla letteratura italiana. Una vera antenna rivolta verso la cultura USA, da qui anche la sua scoperta dell’arte delle comic strip. È il fondatore del “Politecnico”.
Il Politecnico è una leggendaria rivista culturale uscita nell'immediato dopoguerra. Antiaccademica, divulgativa senza mai scadere nel popolare facile, veniva diffusa anche come giornale murale, incollato per le strade di Milano. Si occupava di tutto, da qualsiasi area del mondo, politica, storia, economia, critica d'arte, filosofia, letteratura. Celebri le sue inchieste. Conteneva anche disegni, foto, illustrazioni e fumetti (Barnaby).
Oreste del Buono (1923 - 2003) è stato scrittore, giornalista, critico, rinomato traduttore e consulente editoriale italiano. È considerato uno dei grandi padri della rivista Linus che ha diretto nel periodo d’oro che va dal 1971 al 1981. Insofferente di definizioni e limiti (odiava essere descritto come intellettuale) ha traslocato da un’infinità di redazioni. Sotto il celebre marchio OdB è avvenuta gran parte dello “sdoganamento” del fumetto.
Jerome David Salinger (1919) è conosciuto soprattutto per il celebre romanzo di formazione “Il giovane Holden”, considerato uno di quei libri che, prima o poi, non si può non leggere nella vita. Non appare più in pubblico dal 1965, non concede interviste, non pubblica più altro. Il romanzo, in qualunque riedizione, non può avere che una copertina bianca senza scritte o grafica.
Li'l Abner di Al Capp, nata nel 1934, è un comic strip classica, considerata tra le più grandi del firmamento. Non proprio facile per il lettore italiano a causa dei legami con il tessuto sociale americano e dei riferimenti satirici, è stata pubblicata da Linus nei primi anni.
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mercoledì, marzo 14, 2007
Gli Oscar Mondadori

Gli Oscar Mondadori furono la prima collana tascabile che comparve nelle edicole quando ancora non erano i bazar di questi anni. Anzi, vendevano solo giornali, riviste e al massimo figurine. Una trovata ingegnosa: una collana sfruttava la rete immensa delle edicole sparse per il paese e si presentava come pubblicazione periodica godendo degli sgravi fiscali destinati alla stampa. Un'idea popolare: i libri uscivano dalle librerie rendendo alla portata di tutti riedizioni di classici della letteratura, manuali e anche fumetti. Erano in tutti i sensi alla portata di tutte le tasche: costavano relativamente poco ed erano di piccole dimensioni. Il primo slogan parlava di "libri-transistor". Senza tanti fronzoli, il libro perfetto da trovare nel chiosco della stazione per sopravvivere alla noia e ai compagni di viaggio in uno scompartimento ferroviario sulla tratta Codogno Milano. Oppure da portarsi al mare sotto l'ombrellone senza timore di riempirlo di sabbia.
Il formato piccolo e verticale mal si adattava alle strisce ma si rimediò smontando i quadretti dalla tradizionale sequenza orizzontale.
Sotto il leggendario marchio della silhouette del Premio Oscar all'interno di una O, tra i molti fumetti presentati le comic strip ebbero la parte più grande e alcune grazie al buon successo ritornarono più volte nella collana. Bristow, davvero il re della serie assieme agli immancabili B.C. e Mago Wiz, tutti pubblicati almeno tre volte, e poi Dick Tracy, Momma, Bibì e Bibò, Blondie, Beetle Bailey, Braccio di Ferro, Barnaby e altre ancora. L'arrivo nella collana di una nuova strip era accompagnato da una elegante prefazione curata da firme come Oreste Del Buono, Zancan, Cavallone e altri appassionati cultori.
Giusto per fare un tuffo nell'epoca, quanto costavano? Si va dalle 500/800 lire dei primi anni settanta alle 1500/2000 del 1977 (anni di inflazione furibonda, molti, specie tra gli anti-euro, non ricordano o non l'hanno conosciuta). Comunque, in termini reali di potere d'acquisto circa 3 euro attuali. Come reliquie storiche nei negozi per collezionisti di fumetti li trovate oggi intorno a 10 euro.
Gli Oscar fumetti non si sono estinti, sono un po' meno frequenti e tranne il caso di Schulz nessun altro autore di comic strip è ora in catalogo.

giovedì, maggio 14, 2009
Macanudo di Liniers (quarta parte – altri personaggi e miniserie)
[la prima puntata è andata in onda venerdì 24 aprile, la seconda mercoledì 29 aprile, la terza mercoledì 6 maggio]
Enriqueta, Fellini e Madariaga. Questo è l'angolo di Macanudo più intimista, più di derivazione Schulz. Anche se molto, specialmente il gatto Fellini, richiama Mutts di Mc Donnell.
Enriqueta è una bambina con una veste azzurra semplice. Il suo principale interesse è la lettura, specie la grande letteratura, dando così occasione a Liniers di sfoggiare citazioni colte. Va sull'altalena, ama la natura, combina guai come tutti i bambini e, come da scuola Peanuts, si aggroviglia in profonde e veloci riflessioni esistenzialiste e filosofiche.

[Questo giorno mi dà sempre una sensazione un po' di tristezza un po' di felicità - Le domeniche sono il Chaplin della settimana]

[ Mi piace il periodo dell'anno quando nascono i fantasmini. Dove andranno?. Giove, la andiamo!!!]
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venerdì, agosto 24, 2018
Il nuovo Linus di Igort, un bambino complicato
L’abbiamo presa con calma e vi diciamo la nostra sul nuovo Linus ora che siamo arrivati al quarto numero. Del resto un’uscita non bastava per capire, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.
CAPITOLO PRIMO: LUOGHI COMUNI
Vediamo se ci riesce di uscire dai soliti cliché. Quello del linusiano che torna a casa, si toglie le Clarks, appende l’eskimo (no, l’eskimo ancora oggi forse è troppo), pesca dallo scaffale uno Schulz d’annata e si butta sul divano mentre in un angolo del salotto sfrigola un vinile dei Led Zeppelin (Genesis, Simon & Garfunkel, Hendricks, fate voi). Quello di Igort che sul suo tatami di casa, con il kimono e i sandali zori (no, le infradito forse è troppo) sorseggia un sakè sfogliando un album di un mangaka maledetto, perduto e negletto (ah, triste ma bellissimo ,comunque).
CAPITOLO SECONDO: DELLA STRAGE E DEL REPULISTI
Il nuovo Linus prende una strambata notevole, il cambio di timone si sente tutto. Hai voglia a dire “Linus torna bambino”. Andate a spiegarlo alle altre centinaia di numeri del mensile ordinati sugli scaffali ai quali andrà a far compagnia. Non assomiglia a uno di loro, di nessuna epoca. Dalla grafica ai contenuti, persino lo spessore o la consistenza della carta, ma forse quest’ultima è suggestione. Davvero nulla o quasi.
Proviamo una sfogliata veloce della prima uscita. Subito una nota positiva: tra le tante sparizioni svanisce anche molto cazzeggio, tanto cazzeggio che aveva afflitto le pagine della rivista, tra un fumetto e l’altro, nell’ultimo decennio. Articoli pseudo umoristici o di satira cialtrona che affogavano i pochi buoni testi di politica, cultura varia, sociologia, tutta roba che in passato faceva il fiorellino sull’occhiello. Linus era un bel punto di osservazione della società contemporanea. Era. Rimane qualcosa, le rubriche di recensioni, musica, letteratura, tra cui una nuova, quella dedicata alle serie TV. Bella pensata, se la gente con quelle si rincoglionisce almeno diamo qualche dritta. Scompaiono anche molti fumetti orribili, spesso disegnati con un piede, di incomprensibile ragione di esistenza, introdotti negli ultimi due anni. E fin qui ci sentiamo molto giacobini e finalmente abbiamo trovato il Robespierre.
Con l’acqua sporca finiscono però gettate via alcune strisce molto amate dai lettori. Nel primo numero una strage. Perle ai Porci la striscia dei quotidiani yankee più divertente degli ultimi anni, la sempiterna Doonesbury, Wumo (l’erede di Gary Larson e della comicità a vignetta unica), Monty, Dilbert (queste ultime due in effetti un po’ cadute in stanchezza negli ultimi anni). Perle ai Porci ritorna con il secondo numero, Doonesbury pure ma nella terza uscita non c’è più. Sparisce ma poi torna a furor di popolo “I quaderni di Esther”, fumetto curioso arrivato negli ultimi anni e capace di conquistare a sorpresa l’affetto dei lettori. Scompaiono, e con rimpianti, anche Jousha Held e Andrea Bozzo, i migliori talenti indigeni portati dalla precedente direzione.
Per quel che si è capito dai primi quattro numeri, le serie di fumetti vanno e vengono. Non affezionatevi troppo, basta con questi sentimentalismi da vecchi lettori del novecento. Qui nessuno vi dirà che questa casa non è un albergo e se volete gnocchi sempre il giovedì andate dalla mamma.
Sui social se ne son dette subito di tutti i colori, ma si sa, quelli sono posti da guelfi e ghibellini, dove in tanti si sentono in dovere di tirar fuori il mal di pancia. Giudizi sommari, dove anche oggi Gesù Cristo avrebbe problemi con Barabba.
CAPITOLO TERZO: LINUS BAMBINO?
Torniamo allo slogan di lancio della nuova era: Linus torna bambino. Bene, prendiamo in mano un Linus davvero bambino, numero 12, marzo 1966, un anno dal primo vagito, e leggiamo il menù. Fumetti: Peanuts (con una retrospettiva anni ‘50), Krazy Kat, Li’l Abner, B.C., Wizard of Id, Pogo, Ghirighiz dell’italiano Lunari e. a chiudere, Neutron, una storia lunga a puntate di un Crepax ancora acerbo. Più in aggiunta un paio di pagine per una striscia italiana sconosciuta e che tale resterà. Inframmezzati da un articolo del mitico Franco Cavallone, il Piero Angela del fumetto di allora, un altro articolo di Eco sulla scomparsa di Vittorini, un altro sulla figura storica di Nerbini. Rubrica fissa la Posta dei lettori: allora bisognava prendere carta e penna per farsi filare almeno due minuti, mica come ora che la spari subito su Facebook. Qualche altro fumettino sparso. Impressione generale: leggerezza, divertimento, intelligenza, il meglio dalle strisce contemporanee ed emergenti ma anche approfondimenti e tuffi nel passato.
Ritroviamo la stessa leggerezza, o chiamiamola infanzia, per stare allo slogan di lancio, nel Linus della nuova era? Sì e no. Prendiamo il primo articolo, un abbecedario, formula giornalistica ormai ritenuta abusata persino nei giornali femminili, compilato da Houellebecq, un intellettuale francese che dalle sue parti con le provocazioni su Islam e femminismo fa girare le palle anche ai pali della luce. Una roba solipsistica con cazzeggio pesante sul tutto e sul nulla.
I FUMETTI
Andiamo ai fumetti. Due strisce, pietre miliari recuperate dal passato profondo, Schulz degli anni ‘50 e il primissimo Watterson. Nulla da dire su due mostri sacri di tale portata ma si possono con calma saltare e rivedere dopo, con nostalgia: sono pagine già presenti negli scaffali di gran parte del popolo linusiano. Volendo tirare un filo con la leggenda di Linus si poteva, ad esempio, far ritornare Bloom County di Berkeley Breathed, striscia intelligente, disegnata in modo magistrale,terribilmente scorretta, e capace di vincere un Pulitzer alla fine degli ‘80 ma soprattutto ancora viva e attiva oggi dopo varie traversie. Perché cito Bloom County? Perché è il perfetto esempio di striscia linusiana dell’epoca d’oro.
Sfogliando troviamo un altro tuffo nel passato, questo sorprendente. The Kin-der-Kids di Feininger. Sarebbe da applausi in piedi, quell’epoca di tavole di comics nei quotidiani USA è tanto splendida quanto sconosciuta da noi lettori italiani, ma c’è un serio problema di riproducibilità. Le pagine domenicali del Chicago Sunday Tribune, come degli altri quotidiani dell’epoca, erano tovaglie immense. Per riportarle sul piccolo Linus occorrerebbe offrire come gadget una lente d’ingrandimento. L’effetto è quello di tentare di suonare la quinta di Beethoven nel Cavern Club dei Beatles. Ci sono forse altre pagine più riproducibili di quel primo novecento, il McCay di Dream of the rarebit fiend la prima che ci salta in testa, o molto Krazy Kat di Herriman, sul quale rispetto alle prime uscite del Linus anni ‘60 sono stati fatti grandi progressi filologici. Più o meno lo stesso problema si ripropone poi con Little Nemo, offerto con un’introduzione del defunto Del Buono. I balloon di McCay sono un po’ più leggibili ma vederlo miniaturizzato così è una pena.
Passiamo agli altri fumetti introdotti. Sui quali in realtà non vorremmo pronunciarci più di tanto perché il grande rischio è quello di cadere in una querelle capziosa e anche un po’ ideologica circa la superiorità di un genere su un altro. Il fumetto è tutt’altro che una realtà omogenea se guardiamo a gusti e interessi dei lettori, spesso divisi e separati in tribù che non comunicano tra loro. Fumetto è anche Diabolik, Topolino, Tex, Superman e Tiramolla. La serialità degli eroi di Bonelli o dei supereroi della Marvel e le graphic novel della Coconino. Pazienza e Altan. Makkox e Zerocalcare. E così via. Un fatto semplice è certo. Linus come rivista madre ha sempre ospitato comic strip partendo nel 1965 dai Peanuts. E da un personaggio di questi ha preso il nome. Quella era la sua identità editoriale. C’erano poi i supplementi, gli almanacchi e c’era AlterLinus, diventato poi AlterAlter. In questi ultimi trovarono spazio grandi firme del fumetto internazionale e storie più lunghe di avventura fuori dalla linea editoriale base della rivista madre. Su Alter arrivò l’attuale direttore con un inserto curato dal gruppo Valvoline, molto orientato alla sperimentazione e innovazione del linguaggio del fumetto. Il Linus attuale sotto molti versi ricorda il vecchio Alter.
DEL PERCHÉ E DEL PERCOME I VECCHI LINUSIANI NON AMANO LA NUOVA DIREZIONE DI LINUS
Apriamo una parentesi. Quel che bisognerebbe ricordare, ancora una volta, è il rapporto particolare tra il lettore e le strisce. Un rapporto che spiega le proteste, spesso furibonde, degli antichi lettori di Linus. Le comic strip non hanno un inizio e non hanno una fine, se non forse con la morte dell’autore. Non c’è una trama, un qualcosa che segui, che cresce, che ha un climax. Forse l’analogia migliore è quella con le situation comedy della TV. Ti affacci, conosci, perché hai familiarizzato con il tempo, i personaggi (che non crescono o invecchiano, tranne il caso di Doonesbury), puoi perderne una o cento, le riprendi quando vuoi, negli anni o nei mesi. Non c’è mai il momento che poggi il libro e dici finito. Nello stesso tempo quando hai cominciato ad amarle sono dei microcosmi che creano un rapporto viscerale con il lettore. Meccanismo ben noto agli imprenditori della carta stampata USA dove il fumetto è nato in quella forma primordiale: la comic strip che riappariva ogni giorno, una al giorno, legava i lettori al quotidiano. Servivano per venderne le copie, si svilupparono come piccola arte del fumetto di sintesi e intrattenimento. In Italia al loro arrivo furono strozzate nella culla dal Corriere dei Piccoli che le relegò in spazi infantili non senza averle prima ripulite dalla pericolosa contaminazione tra testo e disegno dei balloon. Le cose rimasero così per molto tempo finché, passato il dopoguerra, alcune belle teste pensanti come Vittorini (prima) e Eco (dopo) scoprirono lo spessore artistico, la poesia, il valore letterario di Schulz e non solo. Il dibattito sul primo Linus del 1965 condotto da Eco con Vittorini e Del Buono è la chiave per capire tutto. Non solo la restituzione di dignità al fumetto ma anche l’essenza di Linus. Con altra cadenza temporale, mischiandole in un periodico fatto anche di testi, il primo direttore Gandini riportò le strisce in Italia, questa volta in modo filologicamente corretto.
Per alcuni dei fumetti proposti basterebbe riportare il parere garbato di Giuseppe Scapigliati, forse il più grande collezionista di tavole originali in Italia, un personaggio naif e spontaneo che ha amoreggiato tutta la vita con le strisce: <accento toscano perplesso> Gran bel disegno ma non li hapisco miha <fine accento toscano >.
E probabilmente anche quando li capisci quel che conta dev’essere altro, il come si racconta. Come ad esempio, il bellissimo disegno onirico della novella di Reviati nel numero di luglio. Ma quel topos letterario dell’amor perduto e impossibile, ragazzi, l’abbiamo visto in tutte le salse e forme.
LUCI E OMBRE
Insomma, come si dice, luci e ombre. Il numero di agosto sembra finanziato da un ente nipponico per la difesa della cultura fumettistica con il contributo del consolato giapponese (33 pagine dalla 19 alla 51 hanno a che vedere e fare con il Sol Levante, dopodiché se ti chiama un amico per del sushi la prendi male). Ma anche luci, tante. È un piacere grandissimo aver rivisto Spiegelman, il lustro dato a Pazienza nel numero di giugno, la rivisitazione di Barnaby (oddio, poteva essere l’occasione per qualche parola su Vittorini, il primo a portare la striscia di Crockett Johnson nel dopoguerra). Ancora: le aperture ad autrici italiane come Carratello e Deco (ignorata sin a ieri nonostante l’incredibile talento linusiano per le comic strip).
SIAMO TUTTI ALLENATORI DELLA NAZIONALE (E DIRETTORI DI LINUS)
Si può mettere su un Linus più linusiano e che davvero diverta ed emozioni quel pubblico di lettori? C’è tanto da cui si può pescare:la carta stampata che ospitava strisce e vignette è in crisi ma non certo la scena creativa. Basti pensare che ancora viene ignorata la striscia più bella di questi ultimi dieci anni, l’argentina Macanudo di Liniers. Ma dalle parti di Buenos Aires c’è poi tantissimo altro da scoprire, Tute e Maitena ad esempio. Se proprio si deve ricicciare Schulz, anziché quelle tavole dei ’50 molto viste sì può sorprendere di più con quello ancora più antico, quello dei Li’l Folks, i Peanuts prima che i syndicate decidessero di chiamarli così. O ancora: Pogo, tra le strisce più amate nell’epoca d’oro di Linus.
Dal web spuntano tavole naif come Incidental Comix di Grant Sniders o The Norm di Michael Jantze. In Italia? Dal passato si potrebbe tirare un ponte sull’epopea Comix: Cavezzali, Ciantini, Totaro e tanti altri. Tra le generazioni successive disegnano tavole, strisce e vignette deliziose con dialoghi esilaranti Tartarotti, Frassetto, Lele Corvi, Makkox, Olivieri, Dario Campagna, Mario Natangelo .
Tutta roba molto linusiana. Ce ne sarebbe anche altra ma questi sono discorsi da bar del fumetto in fondo.
Comunque Linus continueremo ad andare a prenderlo in edicola. Magari si salta qualche pagina ma è un po’ una fede e un po’ siamo curiosi del viaggio che la nuova direzione proporrà.
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giovedì, marzo 08, 2007
Il Mago

"Il mensile che ancor prima di uscire vantava già tre tentativi di imitazione". Con questo piccolo banner nell'aprile del 1972 debuttava nelle edicole "Il Mago" (sopra il numero uno), una nuova rivista di fumetti, soprattutto strisce. In realtà allora i banner non esistevano, Internet si chiamava Arpanet e lo sperimentava solo il Pentagono. L'unica speranza di dare luce alle proprie strisce per un cartoonist era la carta e per fortuna ce n'era tanta.
Ma soprattutto parlare di imitazione faceva parte dello stile giocoso e sfrontato della rivista che palesemente invece nasceva per far concorrenza a Linus, allora in un periodo di tirature eccezionali. Milano Libri, la casa editrice di Linus, era passata alla Rizzoli e l'altro colosso editoriale, la Mondadori, diede l'incarico a Mario Spagnol, curatore della celebre collana Oscar, di creare una rivista analoga e concorrente. Negli Oscar Mondadori, dei tascabili davvero diffusi all'epoca, spesso si pubblicavano fumetti e soprattutto raccolte di strisce. Il Mago oltre a inserirsi in un ricco mercato era una buona base per proporre vecchie e nuove serie da pubblicare poi nella collana.
Dopo sei numeri alla guida del Mago arrivarono niente meno che Fruttero e Lucentini, scrittori molto popolari e primi traduttori delle strisce di B.C. e Wizard of Id nella collana di fantascienza Urania.
Dal 1976 sino alla fine il direttore fu Beppi Zancan, dotato di grande fiuto nel trovare nuovi autori. La crisi della rivista era però già iniziata. Salgono i costi, diminuiscono le pagine, sparisce il grande formato iniziale, davvero bello, adeguandosi alle dimensioni dei concorrenti Linus e Eureka. La mazzata arriva soprattutto abbandonando la rivista sul fronte degli introiti pubblicitari. Dalle ottantamila copie dei tempi migliori si scende sino alle ventimila. Qualche testa d'uovo nella dirigenza della Mondadori a più riprese sostenne l'idea che il periodico per arrivare a grandi vendite dovesse mollare il fumetto d'autore e i suoi appassionati per trasformarsi in una rivista per ragazzini. Zancan concesse qualcosa nelle apparenze di copertina ma non mutò mai la linea editoriale nella sostanza delle pagine.
Dopo 105 numeri nel dicembre 1980 la rivista chiude: Zancan, al quale la Mondadori aveva appena ceduto la testata a un prezzo da saldi, nell'editoriale immagina una ripresa con un altro editore. Nel 1983 Il Mago ritornerà in edicola per poi sparire definitivamente dopo cinque numeri.
Rispetto a Linus - il confronto era inevitabile - aveva alcuni pregi e difetti. Era una testata più apolitica e allegrona. Gli articoli redazionali, le recensioni, pur potendo all'inizio contare su firme autorevoli come quelle della ditta Fruttero e Lucentini e di Stefano Benni, non furono mai all'altezza della tradizione di Linus che da Umberto Eco in poi ha sempre proposto nomi nobili della cultura e del giornalismo italiano. D'altra parte Il Mago fu più coraggioso nell'apertura a nuovi autori italiani (gli Origone, Cavezzali e tantissimi altri). Quanto alle strisce classiche la battaglia era dura. Su Il Mago andavano Mafalda e anche altre tavole degli argentini Quino e Mordillo, Blondie di Chic Young (sino ad allora proposti sotto il nome di Blondie e Dagoberto), Momma di Mell, B.C e Il mago Wiz. Nei numeri successivi arrivò anche la deliziosa Barnaby di Johnson. Notevole lo sforzo nell'importare comic strip fino ad allora inedite in Italia: molte tavole del Braccio di ferro degli anni trenta di Segal (ma anche un'altra striscia d'annata meno nota dello stesso autore come Sappo), Sherman di Wohl, Catfish di Peterman e Bollen. Avremo occasione di proporvi molte delle strisce di quel periodo.
Quali strip schierava il contemporaneo numero di Linus del 1972? Feiffer, Krazy Kat, Li'l Abner, Copi, Bristow, Pogo, Dropouts, Doonesbury, l'italiana Girighiz di Enzo Lunari, anche qui B.C. e Wizard of id (davvero le strisce regine del periodo) oltre ovviamente agli immancabili Peanuts.
Era un periodo d'oro durante il quale si è formata in Italia una generazione di appassionati che ha tramandato il gusto per le comic strip. Oltre a Linus e Il Mago e esisteva anche il mensile Eureka (diretto da Luciano Secchi, alias Max Bunker e poi alla fine da Guido Silvestri, ovvero Silver). Sui banchi di scuola, pieni di scarabocchi e adesivi, i diari più amati per segnare compiti, fidanzamenti, malanimi e cazzate erano quelli Linus e B.C. Molti degli attuali cartoonist e lettori di strip sul web non ne sono consapevoli ma la passione per le strip arriva dal contagio di tanti zii, papà, cugini, amici che vissero quegli anni.
[tra i nuovi autori italiani proposti da Il Mago ci fu anche Giuseppe Scapigliati, coautore di questo blog, apparso negli ultimi numeri prima che la rivista tirasse le cuoia. Guai al primo che parla di una relazione di causa ed effetto]
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