venerdì, gennaio 12, 2007

 

Il pregiudizio

Fumetto.
Scrivo la parola su un foglio di Word, noto programma Windows per editare i testi. Faccio clic con il tasto destro del mouse sulla parola per cercare sinonimi (è il cosiddetto Thesaurus). “Giornalino, giornaletto, cartone animato, storia banale, banalità”. Storia banale, banalità? Acchiappiamo un Sinonimi e Contrari della Zanichelli e leggiamo: “s. m.(est., spreg.) banalità”. E ci risiamo.
Via, andiamo su qualcosa di più corposo e classico, quel “banalità” non ci va proprio giù. Un bel Oli-Devoto, vocabolario rispettato, con due tomi di attributi. Significato 1: “spazio dal contorno simile a quello di una nuvoletta stilizzata, destinato a contenere le parole…ecc (sono adorabili quando blaterano e si arrampicano sui vetri per definire le cose). Dietro un rombo nero , come un segnale di tristi presagi, seguono le altre accezioni: “simbolo di banalità spec. nella letteratura e nel cinema”.
Oddio.
Che significa questo? Gli addetti ai lavori e gli appassionati se ne dimenticano spesso. Vuol dire che il pregiudizio è semantico (sia consentito anche a noi umili cultori del genere usare questo aggettivo pregevole e dotto), riguarda l’area dei significati percepiti. Il preconcetto è ben radicato nella nostra lingua. In parole povere, quando il nostro edicolante, l’insegnante, il macellaio, l’amico che non sa niente di fumetti (ne abbiamo tutti, sono più diffusi delle mosche), la fidanzata bona che abbiamo scelto per ragioni profondamente diverse dalla passione per i comics, quando tutta questa gente sente la parola fumetto ha un sottile e inconsapevole richiamo mentale a qualcosa, se pur indefinitamente, di categoria inferiore.
Qualcuno magari sottovaluterà tutto questo. Ma la lingua è una cosa seria, c’è dietro la cultura di una nazione e una visione del mondo. E pure i pregiudizi sono roba seria. Ci viviamo immersi tutti i giorni, non sono una cosa negativa in assoluto, anzi spesso ne abbiamo bisogno come l’aria. Senza dovremmo rimettere sempre in discussione tutto. È un pregiudizio pensare che le chiavi, la sedia e lo scalino siano sempre al loro posto. È un pregiudizio pensare che il film natalizio dei Vanzina sia una boiata colossale ma senza saremmo costretti a vederci ogni anno le stesse idiozie.

È anche vero che i fumetti banali esistono, e forse contribuiscono al pregiudizio, ma questo è un altro discorso.

[Il pregiudizio non trova equivalenti nella lingua inglese. Le varie parole usate, “comics”, “comic strips”, “cartoons”, “balloon”, non hanno accezioni spregiative. Al massimo in un dizionario si trova un “usually for children” nella definizione]

Illustrazione di Deco © - www.inkspinster.com -  deco@inkspinster.com

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lunedì, novembre 25, 2013

 

Zits di Jerry Scott e Jim Borgman


Zits Zits nasce da una collaborazione paritaria tra due autori. Situazione rara, specie in questo genere di fumetto, dove i cartoonist sono artigiani e decisamente individualisti, in genere realizzatori delle tavole a partire dalle idee scritte fino all’inchiostrazione. Zits è diversa, è proprio ideata e disegnata a due mani. Jerry Scott non è nuovo ad esperienze di collaborazione visto che è coautore, con Rick Kirkman, della più volte premiata “Baby Blues”, deliziosa striscia sulle fatiche genitoriali. Jim Borgman è un cartoonist affermato nel mondo delle vignette di satira che il rimpianto per Calvin & Hobbesaccompagnano gli editoriali politici, con le quali ha vinto un Pulitzer. A differenza di Baby Blues dove Scott si limita a scrivere le idee, qui entrambi gli autori disegnano, progettano e compongono la strip, raffinando ognuno gli spunti dell’altro. Scott vive in California e Borgman in Ohio e regalano felicità ai gestori telefonici. I disegni viaggiano freneticamente avanti indietro via fax finché entrambi sono soddisfatti del risultato raggiunto. Le pirotecniche trovate grafiche di Borgman integrano gli scenari meticolosi disegnati da Scott. Il prodotto di questa singolare collaborazione è la strip più visionaria e innovativa graficamente che si sia vista in questi ultimi anni. Zits è una lettura universale del mondo degli adolescenti, quella terribile fase di sballottamenti intorno ai 15 anni che tutti ricordiamo vivissima e che influenzerà tutto il resto della nostra vita.

LO SCENARIO

I punti di prospettiva sono multipli: non è una striscia per teenagers e nemmeno per adulti o quarantenni nostalgici di una fase della vita (o, almeno, non è solo per loro). Zits sbeffeggia i luoghi comuni di adolescenti e genitori e ride della loro guerra generazionale. Il mondo dei teenagers è descritto e sublimato nella letteratura, in mille film, serial televisivi e anche in tanti altri fumetti, spesso in modo sdolcinato, romantico e plastificato. Nessuno però descrive e smonta gli stereotipi come Zits. Le matite degli autori, potenza della sintesi del fumetto, riescono a raccontare visivamente quello che ad altri non riesce. Lo scenario è quello di una famiglia: i genitori, che hanno appena vissuto come giovani gli anni ’70, sono in perenne conflitto con il loro secondogenito Jeremy. Ci sono poi un gruppo variopinto di amici, i sogni, le frustrazioni e, appena sullo sfondo, la scuola e la satira sociale su certi modelli di vita e comportamento che indossiamo inconsapevoli. Il tema centrale tratta con ironia intelligente il ripetersi perpetuo di un conflitto generazionale e gli autori sono bravi e divertenti nel coinvolgere i lettori in vorticosi mutamenti di punti di vista. Ma soprattutto ci sono frammenti dalla vita quotidiana di “common people”, gente comune, normale, simpatica, riconoscibile, umani con l’autostima vacillante come tanti, cucinano, fanno la spesa,i discorsi che fanno acqualontani dalle esorbitanti storie che passano dal tubo catodico. Anche da vicende ordinarie e intime si può ricamare arguto umorismo e grande epica. La situazione è congelata, come in Mafalda e nei Peanuts: i personaggi non crescono e non invecchiano, Jeremy non esce mai dagli odiati quindici anni e la pena dei genitori è eterna. Partendo da spunti reali la ricostruzione del mondo giovanile non è affatto datata ma anzi molto universale e per la strip circola una divertente aria da “tutto il mondo è paese” .

LE IDEE

ZitsZits si nutre di idee disegnate. Scott e Borgman sono degli autentici campioni nello spremere narrazioni usando le tavole delle comic strip. Le strizzano e le dilatano come una fisarmonica e con un uso magistrale delle closure, lo spazio sequenziale tra un immagine e un’altra, mostrano un’abilità incredibile nell’accelerare o rallentare il tempo dell’azione. In genere viene descritto banalmente come un fumetto che parla della vita di un adolescente, ma il punto forte della strip, spesso non afferrato in pieno, sta nelle strepitose metafore grafiche. Esplodono di colpo, inaspettate, sono rappresentazioni surreali dei pensieri dei protagonisti. Le avevamo già viste in Calvin e Hobbes dove riguardavano solo il protagonista e il suo mondo immaginario parallelo. Ma la lezione di Watterson è spinta oltre. In Zits coinvolgono tutti gli attori, non solo il giovane Jeremy, e si inseriscono nell’azione con vertiginosi mutamenti di prospettive, trasfigurazioni coloratissime e kafkiane, immagini psichedeliche degli stati d’animo e dei punti di vista. Percezioni e fantasie sono continuamente condivisi con i lettori grazie a un’infinità di trovate grafiche, sovrapposizioni di livelli su livelli di tavole, tagli, stacchi e virtuosismi nella sequenza e nell’impaginazione. La striscia ha splendidi dialoghi, realistici, sarcastici, gag e battute continue ma decolla con il disegno fantasioso, in perenne stato di mutazione visionaria. Anche nell’uso del colore assistiamo ad alcune metamorfosi cromatiche in funzione narrativa che non sfigurerebbero in un film di Peter Greenaway, solo che qui trattandosi di un negletto genere umoristico minore non troviamo abbastanza intellettuali che diano cenni di stupore. Per raffinatezza di sintesi, disegno e invenzioni, al momento, tra le strisce contemporanee in vita, è lo stato dell’arte in questo genere. Senza lagnarsi degli spazi ridotti, Scott e Borgman sperimentano la potenza descrittiva e sintetica del disegno e del fumetto.

JEREMY

JeremyJeremy Duncan ha quindici anni e quasi niente gli va bene. La sospirata patente di guida si può avere a sedici anni negli USA, ma non arrivano mai e tutta la voglia di indipendenza è racchiusa in una prigione di immobilità. Scarpe sportive enormi, sempre la stessa camicia a quadri, una postura indolente e un’aria trasandata, pigro e in stato Jeremydi perenne noia si spalma su divani e sedie, vive in fuso orario personale. Ingurgita con voracità disgustosa grandi quantità di cibo spazzatura, convive tranquillo con il casino perenne della sua stanza. Non ha la minima idea di cosa significhi ordine, mettere i vestiti in un armadio è come nasconderglieli. Si vergogna dei genitori, è imbarazzato dai loro interventi, vorrebbe che lo lasciassero a 300 metri dalla scuola. Rifiuta con pregiudizio cocciuto qualunque dialogo. Per come la vede, con i loro divieti gli stanno rovinando la vita. Innamoratissimo di Sara per la quale prova teneri sentimenti, allo stesso tempo galleggia su una burrasca ormonale ed è affascinato da tutto il mondo femminile e dal sesso. Nei suoi sogni ha una passione insana per una famosa star televisiva ed è attirato da donne più grandi. Ma queste ed altre contraddizioni sono normali nel cranio di un maschio.

LA FAMIGLIA

I genitori di JeremyWalt Duncan, il papà, è un ortodontista, quello che mette gli apparecchi in bocca. Grazie alla sua professione è in contatto con molta della gioventù locale ma questa pratica non l’aiuta affatto nella comunicazione con il figlio. Viene dagli anni ’70, ha respirato l’aria di quegli anni, concerti, canne, viaggi, non ha perso i ricordi ma con il dilatarsi del girovita ci ha messo poco a ripiegare nella convenzionalità del suo ruolo genitoriale. Ha assunto il ruolo di lavandaio della casa, un contributo al ménage familiare che diventa un’esilarante persecuzione nella stiva dell’abitazione. Connie, la mamma, ora nel mezzo dei suoi quarant’anni, aveva scelto la vita di casalinga per seguire meglio la famiglia e adesso magari avrebbe anche voglia di qualche spazio per sé e qualche sfogo artistico, deturpato da beffe e interruzioni. È lei la più combattiva nell’affrontare Jeremy con sguardi intimidatori ed indagatori. Entrambi cercano di estrargli qualche sillaba, instancabili fanno quasi tenerezza nei loro tentativi. Vorrebbero trasmettere passioni, valori e interessi. Inutilmente, perché sono vittime del pregiudizio generazionale. Se qualcosa funziona con loro significa che non va bene. Goffi pagliacci davanti alle nuove tecnologie, noiosi con l’attaccamento alla felicità familiare e inguardabili nelle affettuosità, dovrebbero essere trasparenti Chadfornitori di mezzi di sopravvivenza e invece sono solo bravi a creare imbarazzo. Jeremy ha un fratello maggiore, Chad, che appare raramente ma stende la sua lunga ombra. È perfetto, con un clamoroso Q.I., bello, atletico, ha vinto tutte le competizioni sportive, ha avuto successo con tutte le ragazzine della scuola, è il re della casa, la vita gli scorre liscia e sembra esistere per far brillare l’inadeguatezza del fratello minore. Tutti i secondogeniti capiranno, eccome.

GLI ALTRI ATTORI

SaraSara Toomey sarebbe qualche volta la fidanzata di Jeremy, ma solo l’uso del termine girlfriend le dà mal di pancia (“Are we an us?”, le chiede Jeremy, possiamo considerarci una coppia?). Dotata di caratterino mica facile, alquanto nevrotica e in cerca di un’identità sociale, è terrorizzata da possibili Hector e Jeremyincrinature della sua libertà. Jeremy la vede come una divinità ma non è bellissima (finalmente, tipica ragazza normale, coda di cavallo e lentiggini, basta con tutte queste bonazze delle strip). Anzi è terribilmente insicura, come tutte le terrestri del resto, sul proprio apparire. Il problema principale con lei è indovinare le risposte: quelle fasulle, diplomatiche e di circostanza non le accetta, con quelle sincere si rischiano mazzate.
Hector Garcia, il nome rivela le origini messicane, è il grande “amigo” di Jeremy, confidente e spalla fidata in progetti, speranze e guai, spesso la voce della ragione nelle discussioni. Ha una fidanzata di nome Autumn

BrittanyBrittany è la occhialuta consulente di tutti per i problemi di relazioni, di cuore, moda, stili, cerimoniali di gruppo ed etichetta, il canale da cui passano tutte le informazioni ma anche spesso e Pierce e D’Ijonvolentieri l’origine dei pettegolezzi. Pierce è il batterista del gruppo, metallaro, forato fino all’inverosimile di piercing, l’alternativo per eccellenza, ma si scioglie in dolcezze per l’afro-americana D’Ijon, l’unica che non prova repulsione per i suoi buchi. Con questa strana coppia gli autori si sono divertiti non poco. Tim è il quarto componente del gruppo, introverso dalla strana capigliatura tagliata a nascondere solo lo sguardo. Nella scuola si apposta il gruppo di ragazze denominato con splendida ironia “The Posse” (le sfumature sarcastiche di questo termine sono quasi irriproducibili in italiano, è una specie di gruppo d’ordine). Sono Zuma, Redondo e Lajolla, quelle della Richandamyincessante esclamazione “Ohmigawd” (ohmmiodio), vestali vigilanti del dovuto conformismo The Possesociale, delle mode e degli standard etici. Eterne amiche, condividono gli stessi gusti, vittime di ossessioni linguistiche ed estetiche (la capigliatura in primis) e dipendenze come quella dal telefonino. Richandamy, proprio così, avvinghiati anche nel nome con cui si fa riferimento a loro, sono la coppia perfetta, strafidanzati, sempre abbracciati, sempre assieme, fino a perdere l’identità individuale, nauseanti nei loro eccessi di tenerezza. Chi di noi non ha conosciuto ai tempi del liceo almeno una coppia così? Poi magari qualcuno più in la negli anni si lascerà tra gran rumore di piatti , ma questa è già un’altra storia.

LUOGHI

Volkswagen vanNello scenario della strip ci sono alcuni luoghi ricorrenti che prendono un significato particolare.
Nel giardino di Jeremy c'è un Volkswagen van, proprio quel tipo di pulmino VW icona dell'era hippie e della cultura senza radici dei figli dei fiori. Palese emblema di un epoca quando la contestazione giovanile non era decorativa e cartonata, ora è un rottame arrugginito, rifugio di vari animali ruspanti. È il posto dove Jeremy e il fedele amico Hector sognano fughe e viaggi senza fine, consultando mappe sul tetto e tentando di rimetterlo in sesto. Con qualche espediente in alcuni episodi riusciranno a metterlo in moto facendo il giro dell'isolato.
Il posto per le grandi meditazioni filosofiche e gli infiniti temi dell'esistenza è il tetto sul porticato della casa. Ci si può accedere dalla finestra della stanza di Jeremy e distesi comodamente sulle tegole abbandonarsi sotto un cielo stellato all'immensità del creato.
Tra le aspirazioni di Jeremy c'è quella di diventare un dio del rock, ha formato una band con gli amici e si ritrovano in terrificanti e chiassose sedute di prova tra diatribe e riflessioni la bandsulla vita. Il nome del gruppo varia continuamente perché di mettersi d'accordo non se ne parla proprio: si passa da "Pizza al formaggio caprino" a "Nani arrabbiati" e altri ancora. Del resto il modello di rock band divina, quella dei concerti sempre negati dai genitori, sono i mitici "Gengivitis", miglior gruppo dai tempi dei "Ratti Flatulenti". Ulteriori precisazioni sulla musica suonata sono superflue.

Malgrado la non proprio felice scelta del titolo (Zits, foruncoli, è un termine slang per indicare l’acne), la striscia ha riscosso successo sin dall’esordio avvenuto nel luglio del 1997. Il favore del pubblico è cresciuto in questi anni tanto da superare nella distribuzione del syndicate il migliaio di quotidiani. La prima raccolta è stata tradotta in italiano nella collana “I classici dell’umorismo” dalla Panini Comics e contiene le tavole dei primi anni con un tratto ancora non ben definito. Il mensile Linus è stato il primo ad offrire Zits ai lettori italiani Zitspubblicando le strisce giornaliere per alcuni anni. Da tempo però non appare nelle pagine della rivista con una scelta editoriale inspiegabile operata a favore di fumetti molto più legati alla politica e cronaca USA che richiedono per la digestione un apparato di glosse e commenti. In generale Zits è stato ampiamente sottovalutato dalla critica fumettistica italiana, ancora incapace di elaborare il lutto per la scomparsa di Schulz e la fine di Calvin & Hobbes, e piuttosto rimbambita da manga, pistoleri e avventurieri esoterici. La striscia di Scott e Borgman invece è una delle migliori degli ultimi anni, all’altezza della più grande tradizione in questo genere. Trovate le raccolte in lingua originale su Amazon e per le nuove strip sul web consigliamo lo spazio dedicato su www.kingfeatures.com

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lunedì, dicembre 12, 2016

 

10 anni di Balloons - Il tempo di Andrea Grillenzoni

Tra i collaboratori passati sulle pagine di Balloons, Andrea Grillenzoni  (alias Grillo) è uno dei più folli, bizzarri e arguti. Forse uno strisciarolo mancato per pigrizia e poca applicazione, con un discreto talento per i testi giocosi e surreali. È un conoscitore titolato del mondo delle comic strip, alle quali ha dedicato una dottissima e corposa tesi di laurea.  È un piacere cogliere l’occasione del Decennale di Balloons per condividere una conversazione con lui. 

Il tempo di Andrea Grillenzoni

Ti dispiace se non ti chiamo Grillo durante la piccola conversazione? Lo so che il tuo diminutivo nel mondo del  fumetto nacque ben prima del Grillo politico, allora nessuno se lo filava e Cinque Stelle era una TV sgrausa. Ma lo sappiamo tu, io e pochi altri intimi.


D'accordo. Da un po' di tempo ho cominciato a firmarmi "Grillo quello non famoso" o "Grillo ma un altro tizio". Più che un soprannome è diventato una circonlocuzione.





Dieci anni di Balloons. Ma sono anche dieci anni dalla tua laurea nel 2006 in Scienze delle comunicazioni con una tesi in semiotica dal titolo "Semiosi a strisce: analisi delle comic strips" . Mica capperi, l’ho letta alcuni anni fa. Tra analisi raffinate e ardite esplorazioni, nelle righe accademiche c’era una dichiarazione d’amore pazzesca per il mondo delle strisce di fumetti. Che punto di partenza era per te quella tesi?


Un punto di partenza che mi ha portato lontano, tipo, dieci metri. Diciamo che era forse più un punto di arrivo o un punto e basta. Sapevo che non sarebbe stato un trampolino verso qualcosa, professionalmente parlando, ma solo un lavoro su un tema a me caro, a mio uso e consumo. La semiotica del testo mi aveva affascinato, lungo il percorso accademico, quindi ho provato ad abbinarla a un argomento che mi piace da sempre, il fumetto, in particolar modo nella sua declinazione a striscia umoristica. Quando il professore che sarebbe divenuto il mio relatore di tesi non ha opposto alcun dubbio, ho pensato avesse perso una scommessa.


Direi coraggioso, considerato che il pregiudizio nei confronti del fumetto è semantico. Comunque, solo la parola evoca l’idea di una cultura per eterni bambini. Il lavoro di quella tua tesi è molto sofisticato, ma davvero non ci fu nessun inarcamento di sopracciglia all'Università La Sapienza? Aggiungo: ti sembra in generale che la percezione nei confronti del fumetto e delle comic strip sia cambiata in questi anni?  
  

Ricordo che chiesi la tesi, quella tesi, al docente di Semiotica con la stessa fiducia con cui chiederesti un paio di jeans a una cernia. Il professore fu invece molto disponibile, pur facendomi presente che di materiale cui attingere non ce ne fosse molto, carenza che rendeva quel lavoro, di fatto, una tesi sperimentale. Ci sono studi semiotici a riguardo (Umberto Eco su tutti) ma che si concentrano prettamente sul fumetto tout court: quello specifico a strisce è rimasto un po' negletto. Comunque, come base di partenza, sono poi riuscito a recuperare contributi molto validi, collaborazione e appoggio dal mio relatore e neanche una pernacchia dalla commissione. 
Il pregiudizio di cui parli c'è e forse, giusto per buttarla impropriamente in linguistica, quel significato pregiudizievole si stringe pure a un significante macchiettistico, "fumetto", con quel suffisso diminutivo da Club dei Perdenti Ma Bravi Lo Stesso.
Cinema!, senti come è più aulico; probabilmente se dicessi che sono un esperto di "cinemetto" mi guadagnerei qualche occhiata di compassione e un paio di schiaffi indignati. Vedo nell'irrompere del termine "graphic novel", contro cui non ho niente ma che più che indicare un sottogenere di fumetto pare quasi voglia usurparne l'intera onomastica, un tentativo di ripulirsi e di presentarsi più adulti con nomi nuovi (ricordo che Gipi, in un'intervista a riguardo, rivendicò invece con orgoglio il fatto di realizzare "fumetti"). Ma penso che, per tornare alla tua domanda, questo tipo di fumetto stia riuscendo a presentarsi (giustamente) come qualcosa di altro da gioviale intrattenimento per gli infanti, forse anche perché alcuni di quegli infanti stanno crescendo senza smettere di leggere fumetti. Per le comic strip il discorso vale meno, in Italia hanno sempre avuto difficoltosa collocazione, scontrandosi con la tradizione peraltro nobilissima della vignetta satirica sui quotidiani, al contrario degli Stati Uniti. Tranne isolate eccezioni, scarsa presenza, quindi scarsa dimestichezza, quindi scarsa reputazione. Dubito che Doonesbury avrebbe mai potuto vincere l'equivalente di un Pulitzer da noi.


Non ci hai ancora raccontato che hai poi combinato in questi anni dopo quella laurea fumettistica. Immagino che quel mondo al quale hai dedicato tanta scienza, come un’amante ingrata, non ti abbia ricambiato. Disegni, scrivi, studi ancora? Di te abbiamo tracce su Facebook con la pagina Gattini Assassini Sudati dove ti diverti molto a fustigare webeti e analfabeti funzionali che pascolano sulle pagine di Zuckerberg.



“Buongiornissimo! Prima di bere il mio KAFFEEE vorrei sapere CHI TI PACA”. 
Dopo la laurea ho fatto un po' di lavori tra cui il ninja, il cravattaro e la diagonale. Al momento lavoro per un'agenzia di concerti per la quale seguo i social network, faccio un po' di grafica e comunicazione e ogni tanto riesco a infilarci dentro un pizzico di fumetto (tipo nel 2015 nel Lucca Summer Festival ). E mi vedo un casino di concerti. AGGRATIS perché sono un POTERE FORTE, LA CASTA DI ME STESSO.
Ogni tanto disegno ancora, sempre malissimo, per coerenza. Sulla pagina che citi ho pubblicato roba d'archivio, materiale dell'Università, del liceo, delle medie, poi restavano le fototessera, due lastre e l'ecografia quindi ho dovuto riprendere a fare qualcosa di nuovo, di tanto in tanto, sempre guidato dalla forza che più di tutte ha contraddistinto la mia esistenza, la pigrizia. Sono riuscito a sviluppare questa formula: disegno minimo e una scritta, basta. Ma questo una volta alla settimana. Gli altri giorni solo la scritta.



Ecco, parliamo un momento del disegno, e veniamo a domande più cattive. Hai una scrittura effervescente, spesso piena di giochi e nonsense, hai idee, ti piacciono i fumetti e in particolare le strisce, perché non migliorare il disegno? Mai pensato di fare un po’ di apprendistato, magari anche un po’ da autodidatta? Magari giusto per arrivare a un disegno minimalista tipo Dilbert o Pearls Before Swine. Scott Adams e Stephan Pastis hanno una tecnica di disegno modestissima  -  ci ridono su anche loro -  ma molto coerente ed espressiva, sorretta da dialoghi micidiali. Anche perché spesso si vede in giro il contrario, strisce con un bel disegno rotondo e testi scialbi e insipidi. 


Dovevo scegliere, o imparavo a disegnare o diventavo il più grande domatore al mondo di dodo. E chi lo sapeva che quegli uccellacci fossero intolleranti all'estinzione, al momento era parsa la scelta più intelligente. Ogni tanto provo a disegnare per migliorarmi, ma faccio schifo, quindi mi arrabbio, quindi smetto di disegnare, quindi non miglioro. La volta dopo stesso circolo vizioso, una frustrazione che non ti dico e neanche un dodo su cui sfogarmi. Onestamente penso di non essere portato per il disegno, anzi, non credo di essere portato proprio per il fumetto ma continuo saltuariamente a farlo perché siamo animali irrazionali stupidi e compiamo scelte incomprensibili, siamo peggio dei dodo.




Passiamo allora a un paio di riflessioni partendo dalla tua pagina Gattini Assassini Sudati. Saltiamo la parte in cui ci diamo ragione sulla famosa affermazione di Umberto Eco: “il web ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. D’accordo, non immaginavamo che ci fosse così tanta gente, e purtroppo anche vecchi amici, ossessionati dal complottismo, nemmeno che si potesse abboccare a bufale così esagerate. Neppure che ci fossero così tanti estimatori delle frasi da calendario di Frate Indovino. Ma non è fatica sprecata fare satira surreale di tutto ciò sullo stesso Facebook? Per definizione l’imbecille non ha consapevolezza. 
Però è soprattutto un’altra la riflessione che volevo proporti, da osservatore del mondo dei fumetti. In questi dieci anni l’aspetto più rilevante è stata la trasformazione del modo di comunicare, monopolizzato dalla bacheca di Facebook. Per un disegnatore di strisce, vignette, ecc, non è la morte civile vedere affogare le sue proposte nel marasma di idiozie delle bacheche, senza nessuna gerarchia (se non quella dei mi piace), alla pari degli sfoghi di qualunque cazzone? 


Prendere in giro Facebook da una pagina Facebook si porta dietro due idiosincrasie: la prima si riassume nell'accusa di ipocrisia per la quale posso anche dichiararmi colpevole, vostro onore (ma quindi non posso sbertucciare l'auto che mi sbanda davanti perché anch'io sono su un'auto?), la seconda è, come dici, che la satira venga disinnescata dalla non comprensione. La satira per definizione, che la si faccia bene o male, è una riflessione seconda, dice A ma intende B, richiede capacità di decodifica, social network o meno, on line od off line, quindi la questione si pone a monte. Nella mia satiretta amatoriale da due soldi, non è che mi concentri esclusivamente su Facebook. Spesso ne prendo in giro i tic ma solo perché è uno dei veicoli attraverso i quali, oggi, si esplica la socialità umana generale, il vero bersaglio. 
Riguardo la seconda domanda, il social network di Zuckerberg è straniante perché può metterti in fila il video del gattino che si scaccola, la testimonianza strappalacrime di un amico che ha appena perso un parente e un post complottista sui poteri forti dell'enigmistica. Registri diversi, gradi emotivi disparati, profondità totalmente dissimili, tutto frullato nello stesso bicchiere. "Anything goes", è la quintessenza del postmodernismo. Senza fare lo snob, non posso dire di essere un appassionato fruitore di Faceboook ma comprendo l'importanza imprescindibile dei social network. Io lo uso come canale (ho anche un blog a fumetti e uno misto testi/fumetti, giustamente ignorati) e se la mia chincaglieria si perde tra pappagallini che ruttano e cure omeopatiche per l'ambidestrismo, beh, le regole sono quelle.


Ultime riflessioni da osservatore e anche studioso del mondo delle comic strip. In questi dieci anni che cosa è cambiato? Quali sono le strisce che ora ti piacciono di più? Il declino di questo artigianato fumettistico nato sui quotidiani è inarrestabile? Che futuro avrà?  


Ma io che cacchio ne so (qui risponde l'osservatore). Non ci capisco nulla (qui risponde lo "studioso"). In dieci anni credo sia cambiato principalmente il mezzo, o meglio, quel cambiamento già in corso da tempo ha preso maggiormente corpo: ci sono molti webcomic che si esprimono in formato striscia. Online non c'è quel filtro che la carta (l'editore) opera, quindi quantità non significa necessariamente qualità ma ci sono fumetti davvero validi (e spesso, comunque, neanche la carta è una garanzia di eccellenza). Da amante dell'umorismo cattivo, apprezzo molto Cyanide & Happiness o Joan Cornellà (gli amici pedanti a casa faranno notare che, tecnicamente, si tratta spesso di tavole più che di strisce). Seguo da tempo anche Sinfest che negli anni ha cambiato atmosfere e registro, diventando più narrativa e meno scoppiettante, talvolta non convincendomi appieno, ma è disegnata benissimo e sempre meglio. Da lettore di Linus continuo a seguire, in particolare, l'insuperabile Dilbert, Doonesbury, Monty e Pearls Before Swine / Perle ai Porci che avevo scoperto sul sito del relativo Syndicate prima che sbarcasse in Italia (abitudine di consultazione e ricerca che ho un po' perso). Ogni tanto torno sui classici (Peanuts, B.C., Calvin & Hobbes...). Ci sono anche alcuni italiani che mi piacciono ma siccome sono un vigliacco che teme di dimenticarsi qualcuno non faccio nomi. 
La striscia sparirà? È da quando ti conosco che ti batti per la sopravvivenza di questo formato ed è ancora qui: la morte più lenta della storia, un trapasso al rallenty, alla Peckinpah. Sicuramente ci sono altre modalità di fumetto che suonano più prestigiose, ne parlavamo più su, ma credo ci sia ancora spazio per le strip, sicuramente su web e un po' meno su carta; tra le riviste di settore è rimasta solo Linus, qualche scampolo si trova su pubblicazioni di altro tipo, come la pagina dedicata di Internazionale, ma penso che questa penuria di rappresentatività abbia più a che fare con una crisi dell'editoria che della striscia (o quantomeno entrambe le cose). Che futuro avrà? Nel duemila ci saranno le strisce VOLANTI, le strisce sulla LUNA e sicuramente strisce robot nate per servirci che impazziranno e ci apriranno in due come un giornalino. Ciao a tutti, stop. 



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mercoledì, maggio 06, 2009

 

Macanudo di Liniers (terza parte – altri personaggi e miniserie)

[la prima puntata è andata in onda venerdì 24 aprile, la seconda mercoledì 29 aprile]

Liniers disegna dappertutto. Dovunque vada si porta appresso matite e pennarelli. È il primo liniersmaniaco, qualunque occasione - e gira e viaggia come una trottola - è buona. Nella striscia sotto partecipa a un concerto dell'amico Kevin Johansen, popolare musicista pop argentino.



[Liniers disegna al concerto, Johansen lo chiama a suonare sul palco, lui accetta purché il pezzo sia "Knockin' on heavens door di Dylan". Ultimo quadretto: "in qualche parte del mondo a Bob Dylan passa un brivido per le spalle"]

Las Verdaderas Aventuras de Liniers. Le vere avventure di Liniers. L'autore ama rappresentarsi con delle orecchie di coniglio. In questa miniserie i toni sono decisamente autobiografici: appaiono la figlia e la moglie, si parla di piccoli accadimenti quotidiani, isterie e stress del vivere quotidiano, visite, spettacoli e viaggi dell'autore.




[Imparate come si risolve il problema delle chiamate commerciali: "Pronto. La stiamo chiamando per offrirle un nuovo servizio di telefonate a lunga distanza. È lei il responsabile di questa linea?" "Matilda è per te" ]

Voilà un'altra delle fonti: Life in Hell, l'antica striscia underground di Matt Groening, oggi ultra famoso per i Simpson. Non più minimalista come quel coniglio di Groening, però movenze, atteggiamenti, riflessioni, sono molto simili.



Ovejas. Le pecore sono la traccia più evidente di una delle ramificazioni genealogiche di Macanudo: The Far Side di Larson. Stesso schema: un solo pannello, osservazione esilarante con voce esterna su quanto di assurdo succede sulla scena, con ipotesi darwiniane, illogicità, stravaganze, eventi improbabili, visione antropomorfica del mondo animale. Ogni genere di "situación descabellada", situazione strampalata.




["Grazie per il passaggio". Per favore... non c'è di che"". "Sì, c'è di che".]

Oliverio la aceituna. Altra miniserie, soprendente per come va avanti spudoratamente. Oliverio è un'oliva attrezzata di cappellino che va incontro ai problemi che avrebbe un'oliva se fosse consapevole




Emociones. In Liniers non c'è niente, davvero niente, che non possa essere disegnato. La capacità visionaria è stupefacente. D'improvviso arrivano rappresentazioni di idee, di modi dire, astrazioni, sogni e incubi, personificazioni di sentimenti sorprendenti. L'uso del testo è spesso in funzione narrante, stile W. McCay nelle Krazy Kat domenicali, altro ascendente. Con effetti esilaranti come con queste endorfine prodotte dalle
risate.



[Quando ridi il cervello libera endorfine. Che ti producono una sensazione di benessere. E se le convinci...ti aiutano a lavare i piatti.]



[Un giorno il pregiudizio prese le sue cose e se ne andò dalla città. Tutti si guardarono senza cattiveria. E molti divennero amici quel giorno... e neppure era il giorno dell'amico.]



[Dicono che l'hanno visto navigando su un tronco su per il fiume Paranà. Altri l'hanno visto nascosto in una fabbrica abbandonata. Alcuni suppongono que se ne sia andato dal paese e che mai più ritornerà. O che forse sia morto. Sono anni che nessuno ha visto il buon gusto da queste parti.]



[Le idee sono come i conigli. Ve ne procurate un paio, cominciate ad accudirli e molto presto ne avrete una dozzina. John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura 1962.]



[Huy! Guarda un VIP. E il suo ego. Dicono nelle riviste che si sia innamorato di nuovo. Che bello]



[Quando non appaiono in Macanudo, gli incubi, le idee, le melanconie, i dubbi, le ispirazioni, i "cosos" ecc, si riuniscono a gustare caffè e mangiare palmeritas (sono biscotti di sfoglia argentini)]


[ecco che va, eroica, facendo irritare più di uno, è la goccia che fa traboccare il vaso]


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Ultim'ora. Sul portale Comicus viene annunciato l'arrivo in versione italiana di un volume di Macanudo con tutte le strip (possibile? Tutte? Nelle edizioni originali argentine sono contenute in ben sei album), edito dalla associazione DOUbLe SHOt. Secondo quanto riportato, sarà disponibile in tutte le fumetterie a partire dal questo mese di maggio. Sul blog dell'associazione (il sito ufficiale è ancora in alto mare) le notizie sono a dir poco scarne mentre nell'archivio di Comicus si trova un piccolo assaggio di strip tradotte da Milena Morandi.
L'album sembrerebbe già ordinabile su
ecomics.it e a giudicare dal prezzo dovrebbe trattarsi di una selezione o del primo album.
I diritti in Spagna sono detenuti dalla ben più grossa
Random House Mondadori. Lo sbarco in Italia, terra decisamente non ardita in materia di editoria di fumetti, viene affidato - come spesso avviene - a una coraggiosa piccola etichetta, emarginato nelle fumetterie e in distribuzioni esoteriche.

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